La fedele amica dei minatori…

In quasi tutte le famiglie dei paesi della miniera esiste una silenziosa testimone dell’attività estrattiva: la lampada. Le lampade sono sopravvissute ammaccate e ingrigite dal tempo e adesso raccontano una storia, quella dei minatori che accompagnavano nel lavoro, illuminandone il percorso e i blocchi di lignite da scavare.

Le lampade più comuni, usate nelle miniere, erano quelle ad acetilene o carburo. Avevano un compito molto pratico: portare un po’ di luce nel sottosuolo. Servivano soprattutto per infondere sicurezza e coraggio necessari ad affrontare l’oscurità e le mille insidie delle gallerie umide e inospitali. Ogni minatore aveva in dotazione la propria lampada che tirava a lucido, riforniva di carburo e acqua e ne controllava la chiusura. Il loro funzionamento era molto semplice, avevano due serbatoi: uno per l’acqua, sopra e uno per il carburo di calcio sotto, all’interno dei quali passavano due tubicini, uno per la regolazione dell’acqua, e uno per incanalare il gas che si creava fino al beccuccio, dove poi veniva accesa la fiammella.

Ne esistevano di varie forme. Alcune erano prodotte dalle più importanti fabbriche di lampade italiane: la Santini di Ferrara, la Ricceri di Follonica e la Fratelli Acuti di Casale Monferrato. Essendo però un oggetto abbastanza semplice da realizzare, alcuni minatori provvedevano da soli alla creazione delle lampade. Qualcuno dopo il passaggio della Seconda Guerra Mondiale aveva adattato i bossoli dell’artiglieria pesante, altri invece utilizzavano i contenitori della carne in gelatina.

Anche il carburo era di facile reperimento. Uno dei principali fornitori era la miniera stessa, che spesso abbondava nel quantitativo che dava agli operai che portavano a casa i rimasugli; c’erano poi i negozi che vendevano di tutto un po’ e anche il combustibile. Lo usavano anche i ragazzi per giocarci, riempivano un barattolino e lo mettevano sottoterra per farlo esplodere.

L’odore dell’acetilene ricordava molto quello dei capi d’aglio. La fiammella bianca e brillante che veniva sprigionata dal beccuccio aveva però un difetto: poteva esplodere, soprattutto se entrava in contatto con il grisou, un gas inodore e incolore legato ai processi di trasformazione della lignite dalla quale si sprigiona al momento dell’estrazione. In queste esplosioni poteva capitare che fossero coinvolti i minatori stessi con conseguenze drammatiche, a volte mortali. Per limitare questo annoso problema nelle miniere erano presenti anche altre lampade, inventate proprio per questo. Uno di questi modelli era la lampada di sicurezza di fabbricazione tedesca, la “Friemann Wolf“, alimentata a benzina e usata soprattutto nelle camere di abbattimento, che erano le zone dove più facilmente si creavano sacche di gas. Questa lampada aveva molti vantaggi, uno fondamentale per gli operai del sottosuolo: permetteva di accertare la presenza di grisou grazie al comportamento della sua fiamma che si innalzava se veniva a contatto con il gas. Un’apposita reticella impediva le esplosioni. Queste lampade avevano però un costo maggiore e per questo motivo erano pochi gli esemplari messi a disposizione dei lavoratori. Le altre lampade erano quelle elettriche a batteria. Nonostante fossero lampade sicure per quanto riguarda le esplosioni – non avevano una fiamma libera – avevano però altri difetti tra cui il peso eccessivo e varie imperfezioni di tipo costruttivo. Ciò ne limitò l’uso relegandole a lampade di riserva o di sicurezza. Questa tipologia veniva ricaricata alla lampisteria San Paolo.

Le lampade descritte erano oggetti semplici, che insieme ad altri oggetti, semplici anch’essi, facevano parte del “corredo del minatore” e nella loro modestia dovevano aiutarlo a rendere la sua vita quotidiana meno grama e più sopportabile.

(Giulia Peri)