La casa del Mulinaccio

Olivo del Fabbro era arrivato a Castelnuovo dei Sabbioni durante la Prima Guerra Mondiale. Il tempo di ambientarsi, trovare una casa e anche la moglie Filomena l’aveva raggiunto. Venivano da Campolongo di Cadore. La casa nella quale si trasferirono era in una località conosciuta come Mulinaccio, dove un grande albero di fico si ergeva proprio a fianco delle finestre dell’abitazione. Lì nacque Linda, il 10 novembre 1918. Nel luglio del 2018 siamo andati a trovare Linda a Belluno. Ci aspettavano anche i nipoti, che già erano venuti a visitare il museo delle miniere. Insieme hanno ricostruito la storia del viaggio e del soggiorno nel nostro territorio.


Olivo, classe 1885, mio papà, era stato assunto come elettricista alla società elettrica, quella che poi divenne la SADE. Fra il 1915 e il 1916 chiese di essere trasferito alla centrale elettrica di Castelnuovo dei Sabbioni. Era un luogo lontano dal fronte, probabilmente lo scelse per questo motivo. Mio papà non partecipò alla Prima Guerra Mondiale poiché già lavorare alla centrale di Campolongo di Cadore. Quando si trasferì, mia mamma lo seguì ed io sono nata al Mulinaccio, nel Comune di Cavriglia. La casa al Mulinaccio era grande, una casa padronale. C’era un albero di fichi, che si trovava proprio davanti alla casa e dalla finestra addirittura si potevano cogliere i frutti. Così la mia mamma mangiava a tutte le ore fichi. Il pane era senza sale, questo lo ricordo bene e l’olio bruciava. Io non ero particolarmente ghiotta e non mi è mai piaciuto.

Quando papà abitava al Mulinaccio gli chiesero di aiutare uno scultore fiorentino perchè era molto bravo nel lavorare il legno e la creta: Prima di decidere cosa fare rispose allo scultore: “vado al mio paese a vedere se tutto è a posto e se i miei genitori sono vivi. Sennò torno qua e lavoro con te”. Al Mulinaccio ci ho ho vissuto poco perchè a soli 3 anni, nel 1918, siamo tornati a Belluno con il treno.

Non ho molti ricordi del lavoro di mio papà però mi ricordo molto bene un infortunio legato alla Centrale di Castelnuovo che mi è sempre stato raccontato: un suo compagno di lavoro prese una forte scossa e quando mio papà si voltò per vedere cosa era accaduto vide solo una macchia nera. Questo episodio l’ha segnato per tutta la vita. A volte mi parlava delle miniere, quelle sottoterra. Mio fratello si ricordava dei treni che carichi di lignite passavano vicino alla nostra casa. Era piccolo anche lui e diceva sempre “passano cento vagoni, passano cento vagoni!”. Forse perchè effettivamente vedeva una lunga fila di treni passare…

Tanti ricordi si confondono ma alcuni sono rimasti molto chiari ancora oggi. Del Valdarno in particolar modo ne conservo uno preciso: sono seduta alla stazione, di fontre ad una piazza as aspettare una diligenza. Questa era fatta da un carretto trainato da un asino. Non ricordo se andava anche a Cavriglia però mi ricordo bene gli scalini per salire, le panche in legno dove sedersi. Tutto era coperto da un telo e il conducente ripeteva “vai Nella, vai Nella”.

Quando siamo tornati nel bellunese mio papà ha collaborato ad elletrificare il paese e poi è stato assunto alla SADE. La mia famiglia è sempre rimasta in contatto con alcune persone che aveva conosciuto, in particolar modo con la famiglia Marchionne. Io stessa poi sono tornata a trovarli, due volte. Nel 1941 da sola e mi sono fermata a Santa Barbara e poi nel 1967 con Marzio. Ma tutto stava cambiando. Le miniere in galleria non c’erano più e al loro posto c’erano delle grandi macchine che scavavano la lignite e la terra attorno ad una nuova centrale, proprio a fianco del paese di Santa Barbara.