Discesa in galleria. Il fragoroso rumore del silenzio

Un nuovo racconto dell’ingegner Mario Zaniboni che ebbe modo di conoscere le miniere del Valdarno durante i suoi studi universitari….

“Quando si lavora nelle attività estrattive, se non nei casi in cui si opera a cielo aperto, o perché il giacimento arriva alla superficie del suolo o perché la ditta desidera fare un’estrazione globale, rimuovendo il tutto, dopo un certo tempo, durante il quale il minerale è estratto quasi direttamente senza la necessità di lavori preparatori, non si può far altro che entrare il galleria, procedendo in profondità, in quanto il materiale “comodo” è esaurito. Un esempio, che sicuramente è noto a tutti, riguarda la raccolta delle pepite d’oro, che inizialmente avveniva semplicemente dragando i greti dei torrenti; basta ricordare il Klondike, regione del territorio del canadese Yukon dove, nel 1896, iniziò la famosa corsa all’oro, che si concluse nel 1910, giacché l’estrazione richiedeva mezzi che i cercatori non avevano, per cui la coltivazione continuò, e continua tuttora, ma portata vanti da una sola grande e ricca società. Altro esempio eclatante riguarda i cristalli di diamante raccolti sul terreno come si fosse trattato di granelli di riso; finita la cuccagna, si avviò l’escavazione in profondità per giungere oggi alla famosa “miniera a pozzo” di Kimberley, la capitale della provincia del Capo Settentrionale del Sud Africa; una vera e propria voragine, che forse avrebbe ispirato il poeta Alighieri per la sua Divina Commedia.

In formato ridotto si è verificato anche per altri minerali, che avevano i depositi che giungevano alla superficie topografica del suolo. Ed è ciò che capitò pure alla miniera di lignite di Castelnuovo dei Sabbioni, presso San Giovanni Valdarno, prima di avviarne la coltivazione con scoperchiatura totale per eliminare il “cappellaccio” di argilla. Infatti, nelle campagna dei dintorni si evidenziavano affioramenti di lignite e questo, nel 1875, fu un invito per un gruppo di industriali a decidere di sfruttare il piccolo tesoro che si trovava sotto i loro piedi: bastava razzolare un po’ per ricavare il combustibile, prezioso soprattutto per il nostro Paese, che la natura ha trattato non tanto bene in quanto a minerali utili. Così fu avviata la coltivazione della lignite, carbone non di grande qualità, essendo terzo, dietro antracite e litantrace, ma pur sempre orgogliosamente davanti alla modestissima torba.

La lignite era estratta in galleria, con tutte le difficoltà e i disagi che ne sono connessi. I minatori, tutti operai e contadini del Valdarno, si spingevano entro le viscere della terra, percorrendo lunghe gallerie, in un ambiente sicuramente poco sano, sia per la natura del materiale in coltivazione, che liberava polveri carboniose sottili e odori non certo assimilabili a quelli di Chanel o di qualche altra importante maison francese, sia per la temperatura più elevata che non a cielo aperto. E’ noto, infatti, che per effetto del cosiddetto gradiente termico, la temperatura cresce di circa 1°C ogni 30 o 40 metri di aumento della profondità. Nel caso in esame, essendo il giacimento sotto una copertura argillosa dello spessore attorno agli 80 metri, l’aumento termico era sicuramente sui 3-4°C.

I minatori lavoravano in un ambiente caldo, che li obbligava a stare a torso nudo, con il capo protetto con copricapi improbabili e non con il casco protettivo, che – secondo notizie proveniente dalla zona – allora era un emerito sconosciuto, mentre oggi appartiene ai DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), previsto dalle leggi sulla sicurezza personale e, pertanto, obbligatorio. Con l’uso di picconi, faticosamente staccavano dal giacimento, poco alla volta, il minerale prezioso per la zona, lo caricavano su vagoncini che, trainati da cavalli, lo portavano sulla superficie del suolo, con l’intervento di argani elettrici, dove era necessario; qui, era accumulato in un luogo di cernita, dove un altro gruppo di lavoratori, fra cui non mancavano donne e ragazzi, si dava da fare per dividere la lignite dal materiale sterile (particolarmente argilla), per dividere quella umida (bazzotta) da quella secca e per differenziarne le varie pezzature. Come si è detto, sicuramente un lavoraccio, pesante e per niente igienico.

La coltivazione continuava a pieno ritmo, tanto che fino all’ultima guerra mondiale, le persone coinvolte nella produzione erano sulle cinquemila. Durante il conflitto, la lignite divenne molto importante per approvvigionamenti di vario tipo: il principio dell’autarchia era perfettamente applicato, in questo caso. Non mancarono turbolenti scontri fra lavoratori uniti in cooperative e società mineraria. Infine, verso la metà del XX secolo, fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, l’ENEL decise che la soluzione migliore sarebbe stata quella che prevedesse la coltivazione della lignite a cielo aperto, cioè con l’estrazione totale in un sola volta. Pertanto, acquistò la concessione di Santa Barbara e costruì a suoi margini una centrale termoelettrica, identificata con la scritta bianca su sfondo blu: “ENEL PRODUZIONE S.p.A. – Unità di Business Santa Barbara – Miniera Santa Barbara”, fatta su un cartello indicatore fissato alla base delle enormi torri di raffreddamento.

E a questo punto, la coltivazione del minerale utile, fatta con le tre coppie di formidabili macchine, non ebbe più grandi scosse; forse, ciò che resta ancora sospeso è il recupero finale dell’ambiente a suo tempo per necessità scompaginato. Non si trattava di una bazzecola: bisognava risistemare circa 3000 ettari di terreno: qualcuno ha definito l’ambiente in fase finale – e forse non a torto – un “paesaggio lunare”. Per la cronaca, alla conclusione dell’attività mineraria per l’esaurimento del giacimento avvenuta nel 1994, si conteggiò che la movimentazione terra aveva interessato circa 390 milioni di metri cubi di materiale sterile, mentre la quantità di lignite estratta è stata sui 30 milioni tonnellate.

Ciò che interessò a me personalmente, fu quanto ebbi modo di vedere e imparare durante il mio soggiorno nella miniera. Allora, tutte le operazioni avvenivano sotto il sole, con le tre coppie di “mostri” meccanici, veri e propri dinosauri moderni, che era uno spettacolo da osservare mentre, sconvolgendo il suolo, tiravano fuori il frutto nascosto.

Un giorno, uno dei dirigenti mi avvicinò per chiedermi se non ero mai stato in galleria. Confessai che, fino ad allora, non mi era mai capitato di entrare in qualcuna che non fosse stradale o ferroviaria. Allora mi disse che, per questioni topografiche, in uno dei piazzali e in un punto ben preciso, era stato posizionato un gruppo di perforazione, avente lo scopo di stabilirne la corrispondenza rispetto a una galleria. Secondo loro, la punta del trapano aveva colpito, come si richiedeva, il tetto della galleria interessata ed era necessario, per la prosecuzione della stesura del collegamento delle mappe sulle diverse quote, accertarsi se veramente si era centrato il bersaglio, oppure se si fosse incontrato un vuoto naturale. Pertanto, se fossi stato d’accordo, avrei potuto accompagnare il minatore incaricato della verifica del caso. Ne fui lieto.

Indossai gli scarponcini e, entrambi con il casco munito illuminazione, ci infilammo nella galleria che rapidamente scendeva verso il buio. Non ricordo la sua larghezza, ma la sua altezza, molto ridotta, mi è ben fissata nella memoria, perché se non ci fosse stata la protezione del casco, sicuramente saremmo tornati al sole con il capo cosparso di bernoccoli. Con la luce portatile, scendemmo sollecitamente fra le strutture in legno di sostegno del tetto, fatte veramente a regola d’arte. E scendemmo, scendemmo; di quando in quando mi giravo indietro, per guardare l’apertura luminosa che diventava sempre più piccola e lontana, mentre il silenzio, rotto solamente dallo scalpiccio dovuto ai nostri scarponcini, talvolta era accompagnato dalla caduta di qualche goccia d’acqua, che si staccava dall’alto; e da non sottacere i nostri moccoli formulati fra i denti, quando, distraendoci, battevamo il casco contro le travi.

Finalmente, quando l’entrata era diventata solamente un puntino luminoso in alto all’orizzonte, vedemmo la punta del trapano che, come una stalattite, scendeva dal soffitto fino alla metà della galleria. Il mio accompagnatore impugnò il martello che aveva con sé e batté, ben ritmati, alcuni colpi sul gambo del trapano, e immediatamente sentimmo la risposta vibrare sopra le nostre teste. Pertanto, comprendemmo che la missione era compiuta: avevamo raggiunto il punto ricercato, la perforazione era perfettamente al centro del tetto della galleria, e sul piazzale avevano la conferma che lo studio topografico era stato perfetto. Piano piano ritornammo verso l’ingresso della galleria, madidi di sudore, e finalmente uscimmo al bruciante sole estivo, essendo estate e inizio del pomeriggio.

Si è trattato di un’esperienza importante, giacché mi dava la possibilità di fare un confronto fra le condizioni di lavoro in cui i minatori si muovevano e quelle di un’organizzazione che praticamente lasciavano alle macchine le parti più faticose dell’intera opera. Un confronto che chiariva perfettamente che i vincitori erano quuegli uomini che, sfruttando al massimo le macchine, possono un po’ rilassarsi, ma senza mai perdere di vista il loro compito: si tratta di macchine e, come tali, devono essere trattate, senza mai sottovalutarne l’importanza, ma pure la pericolosità, perché, naturalmente, non possono ragionare e dànno solamente ciò che a loro è stato insegnato di dare e, se trattate in mala maniera, be’, spesso il risultato è molto meno che soddisfacente.”

(Ing. Mario Zaniboni)

2 thoughts on “Discesa in galleria. Il fragoroso rumore del silenzio”

  1. Oggi possiamo solo lontanamente immaginare cosa è stata la vita dei minatori. Mio nonno Fortunato Barucci era uno di loro già dagli anni 30, poi con la guerra durante i rastrellamenti giorni e giorni nascosti nelle gallerie con le mogli che nottetempo portavano qualcosa da mangiare e bere. Minatore orgoglioso come molti dei suoi compagni, che nei suoi racconti non ha mai fatto trapelare la disperazione, la sofferenza di una vita durissima la sotto, ma solo la soddisfazione di aver fatto il massimo possibile per la propria famiglia. Durante alluvione del ’66, abitavamo già a Firenze, ricordo che tirò fuori una lampada ad acetilene, reperto degli anni delle miniere. Quelle miniere che erano state gran parte della sua vita ma che lo portarono anche prematuramente alla morte. Silicosis, inevitabile ed inesorabile.

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