Dino in Germania: 8 settembre 1943 – 7 luglio 1945

Dino era nella marina durante la Seconda Guerra Mondiale. Qualche anno fa al museo MINE giunsero una lampada ad acetilene – perché Dino era un minatore – delle vecchie fotografie e una registrazione dove raccontava il periodo della prigionia nei campi tedeschi. In occasione delle iniziative dedicate alla Giornata della Memoria vogliamo raccontarvi la storia di Dino.

Il mio campo di concentramento era vicino ad una montagna, in un bosco. Ci s’era noi, i francesi, gli ebrei. Il campo si trovava in Germania. Mi ricordo che quando si andava a prendere la legna nel bosco per la cucina, c’erano delle fosse; quelle le avevano fatte per gli ebrei. All’esterno il campo era tutto recintato; all’interno c’erano le baracche di legno con i letti a castello dove si dormiva. Molti di noi però erano distesi in terra con le coperte. Nelle baracche s’era in tanti. In alcune ci si poteva stare in 200-300, in altre solo 50, dipendeva dalla dimensione . Quando ero nel campo di concentramento nella mia baracca s’era 100-150, con letti a castello, materassi fatti col granturco e cimici, da fare schifo! In questo campo ci sono stato un mese e mezzo.

La giornata di un prigioniero nel campo era tremenda: prima di tutto se facevi qualcosa che non gli quadrava ti bastonavano; mangiare non lo davano; ti davano un po’ di farina di granturco cotta dentro l’acqua, senza sale e senza niente.Quello era il mangiare! Non c’era via di uscita fino a quando non ci hanno mandato ai campi di lavoro. Si lavorava in una miniera, nella Renania, vicino a Francoforte. Eravamo 29 italiani, dalla Sicilia a Trento, a Padova e 4 toscani. Nel campo s’era un migliaio di persone. Era un campo davvero grande.

Potevo scrivere liberamente alla mia famiglia ma solo in un certo modo. Potevo mandare le cartoline che mi venivano date nel campo. Quando arrivavano delle lettere, e ci poteva volere anche un anno, arrivavano censurate.

Ho provato qualche volta anche a scappare, ma senza successo. Una volta mi fecero la spia. Ero scappato dal reticolato e quando rientrai trovai alla baracca la guardia tedesca. Mi portarono davanti ad un ingegnere, ma siccome io ero un lavoratore che sapevo fare, sapevo lavorare in miniera… allora l’ingegnere mi disse solo di non farlo più. Io e gli altri che erano con me nel campo si lavorava in miniera e si facevano due turni: la mattina dalle 6 alle 14 e poi dalle 14 alle 22.

Quando si lasciavano i panni del lavoro in miniera ad asciugare, capitava la mattina di trovare nelle tasche un po’ di cibo, qualche caramella, A volte capitava anche che anziani tedeschi che lavoravano con noi riuscissero a passarci dei termos con della minestra all’inizio della discenderia, quando i sorveglianti non ci guardavano scendere… Le ore che non lavoravi in miniera erano di riposo. Io sono andato a lavorare anche presso una famiglia di contadini, potevo mangiare così a casa di questa famiglia.

Non ho visto morire i miei compagni, ma li ho visti feriti. Purtroppo ho visto anche le camere a gas. Ci hanno chiamato a fare la disinfezione. Mi ricordo di una ragazza che era nel campo. Mi ricordo che s’era nei mesi invernali, gennaio, forse, e lei aveva addosso solo una “sottanina” e lavava fuori nel piazzale. Le ho regalato il cappotto della marina, il mio. Era russa. Mi ringraziò con un cenno.

Quando finì la guerra arrivai a Firenze. Da lì sono salito su un camion e sono sceso al Ponte alle Forche. Lì ho incontrato due amici che portavano la lignite da Castelnuovo al Ponte alle Forche. Con loro sono arrivato fino alle Casacce e da lì un viottolo, fino alla casa degli zii…