{"id":509,"date":"2020-10-08T14:56:27","date_gmt":"2020-10-08T14:56:27","guid":{"rendered":"http:\/\/memoriediunaterra.minecavriglia.it\/memorie\/?p=509"},"modified":"2020-10-08T14:56:27","modified_gmt":"2020-10-08T14:56:27","slug":"i-reperti-fossili-del-bacino-di-castelnuovo-cosa-si-cela-nel-sottosuolo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/memoriediunaterra.minecavriglia.it\/memorie\/i-reperti-fossili-del-bacino-di-castelnuovo-cosa-si-cela-nel-sottosuolo\/","title":{"rendered":"I reperti fossili del bacino di Castelnuovo: cosa si cela nel sottosuolo?"},"content":{"rendered":"\n<p>Il sottosuolo dell&#8217;ex area mineraria di Cavriglia, non nascondeva tra depositi di sabbie e argille solo la lignite. Al suo interno erano rimasti intrappolati anche fossili di animali, di foglie e di semi. Inoltre bisogna aggiungere che tutto il Valdarno \u00e8 ricco di depositi fossiliferi e molte sono le aree dove reperti, pi\u00f9 o meno antichi, sono venuti alla luce nel corso dei secoli.<\/p>\n\n\n\n<p>Il motivo per cui il Valdarno \u00e8 ricco di fossili va ricercato nella composizione geologica del terreno ma non solo. Sopratutto durante la prima fase, 3 milioni di anni fa, durante la quale si sono creati i depositi fossiliferi anche la tipologia di clima presente nella zona &#8211; caldo e umido &#8211; favor\u00ec la crescita di rigogliose piante e cre\u00f2 habitat per animali mastodontici. Nella prima fase sedimentaria, riferibile proprio al bacino di Castelnuovo dei Sabbioni, quella che poi ha dato vita alla lignite, erano presenti piante come le <em>Junglas,<\/em> le <em>Liquidambar<\/em>, il <em>Cinnamomum<\/em>, il <em>Platanus<\/em>&#8230; e poi ancora <em>Diospyros, Laurus, Persea, Ilex<\/em>. Gli animali erano veramente grandi:  <em>Leptobos sp., Anacus arvernsis , Zygolophodon borsoni, Tapirus arvenensis<\/em>. Alcune di queste piante e gli animali, come il tapiro, vivono ancora oggi nella fascia equatoriale.<br><\/p>\n\n\n\n<p>I reperti fossili non sono stati rinvenuti nel giacimento lignitifero pressoch\u00e9 sterile ma nelle argille di copertura depositate all&#8217;incirca 2,7 milioni di anni fa. Lo studio sui fossili vegetali non ha mai avuto una grande attenzione in Italia. Dopo un iniziale interessamento allo studio dei resti vegetali fossilizzati (filliti), risalente alla fine del XVIII secolo si \u00e8 dovuto attendere la met\u00e0 del Novecento e gli studi palinologici per la caratterizzazione paleo ambientale della zona del Valdarno. I primi pionieristici contributi si devono a Marcucci e Follieri a partire dagli anni &#8217;70. Ad occuparsi per primo di uno studio paleobotanico, che per l&#8217;epoca possiamo definire sistematico, fu il fiorentino Giovanni Targioni Tozzetti (11 settembre 1712 \u2013 7 gennaio 1783), medico e naturalista italiano. I reperti che collezion\u00f2 nei suoi viaggi di studio condotti anche nel bacino lignitifero cavrigliese confluirono nelle collezioni del Museo di Storia Naturale di Pier Antonio Micheli, suo maestro, oggi conservati nel Museo di Storia Naturale dell&#8217;Universit\u00e0 di Firenze. Targioni Tozzetti non si limit\u00f2 ad una semplice descrizioni dei reperti, impronte e frammenti di foglie, di frutti e di<br>legni, ma cerc\u00f2 di aggiungere alle sue dettagliate descrizioni di carattere stratigrafico e paleografico, ipotesi e soluzioni interpretative.<\/p>\n\n\n\n<p>Inizi\u00f2 cos\u00ec a farsi strada l&#8217;idea che quei reperti fossero veramente molto antichi. L&#8217;interesse suscitato dai suoi studi richiam\u00f2 in Valdarno altri due uomini di scienza, Charles Th\u00e9ophile Gaudin e Carlo Strozzi, i quali concordano con le interpretazione di Targioni Tozzetti , che aveva individuato tra le foglie fossili alberi non pi\u00f9 presenti nell&#8217;area ma associabili a piante affini a ebani e sandali. Pubblicarono cos\u00ec una monografia nella quale segnalarono questa diversit\u00e0 tra le piante che abitavano il Valdarno e quelle rinvenute nei depositi di argilla.<br>Tra gli studiosi divenne chiaro che molti anni prima il clima era diverso. Anche i loro campioni, per la maggior angiosperme e gimnosperme, oggi fanno parte delle collezione di paleoflore ospitate presso il Museo di Storia Naturale di Firenze. Altre filliti raccolte alla fine dell&#8217;Ottocento nelle cave di Montetermini, Calvi, Casini e Gragnoli, situate ad est e ovest dell&#8217;odierno Lago di Castelnuovo, fanno bella mostra di s\u00e9 al Museo Paleontologico di<br>Montevarchi.<\/p>\n\n\n\n<p>Accanto alle piante fossili anche le ossa dei giganteschi animali proponevano agli storici della terra un secondo grande rompicapo, riguardante soprattutto il momento in cui questi animali avevano vissuto sul pianeta. Oggi sappiamo che questi animali erano presenti sul suolo valdarnese molto prima della comparsa dell&#8217;uomo ma ci sono voluti anni e studi per capire che gli elefanti rinvenuti non erano quelli che aveva condotto Annibale in Italia e che la conformazione scheletrica non corrispondeva del tutto a quella degli odierni proboscidati. Ancora una volta il  primo a ipotizzare una differente datazione fu sempre Targioni Tozzetti che riusc\u00ec a dare avvio, grazie alle sue affermazioni, a studi paleontologici e a richiamare a Firenze studiosi di fama internazionale, che si occupavano dello studio dei resti animali. Uno di questi fu George Cuvier, al quale va il merito di aver rinnovato l&#8217;interesse per i vertebrati fossili valdarnesi. I resti rinvenuti in Valdarno, oltre a comporre parte del Museo Paleontologico di Montevarchi sono arrivati anche a Firenze con la prima collezione creata dal Granduca Ferdinando II. Oggi la parte pi\u00f9 cospicua della sezione dei vertebrati del Plio-Pleistocene conservati a Firenze proviene dal Valdarno. Si va dai mastodonti come l&#8217;Anacus arvernensis ad animali pi\u00f9 piccoli come Tinca vulgaris, pesce cipriniforme d&#8217;acqua dolce.<br>L&#8217;importanza dei fossili rinvenuti nell&#8217;area di Cavriglia, sia animali che vegetali, non \u00e8 di certo secondario, come si pu\u00f2 capire da questo breve escursus . Oltre ad essere ben conservati e interessanti da vedere, anche per chi non \u00e8 un addetto ai lavori, hanno infatti permesso la ricostruizione paleoambientale del Valdarno e non solo contribuendo a dare avvio a tante tipologie di studi che hanno ampliato le conoscenze di paleontologia e paleobotanica non solo a livello nazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>(G. Peri)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il sottosuolo dell&#8217;ex area mineraria di Cavriglia, non nascondeva tra depositi di sabbie e argille solo la lignite. Al suo interno erano rimasti intrappolati anche fossili di animali, di foglie e di semi. 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