Quando si cercava la lignite di Montevarchi

Miniere e Valdarno sono un binomio indissolubile: subito si pensa a Castelnuovo dei Sabbioni o a Gaville. La lignite era in un certo senso il Valdarno, come la pietra serena è il Pratomagno; era una delle caratteristiche che indicava la formazione geologica della vallata e la si poteva trovare anche là dove oggi non immaginiamo. Anche alcune zone di Montevarchi furono interessate in passato dalla ricerca dell’ oro nero . La loro storia è un po’ diversa da quella dei giacimenti più famosi, quelli che si estendevano da Gaville ai Calvi. La lignite di Montevarchi era altra cosa:
“ in varie parti del Valdarno si formarono dei piccoli bacini in cui si sviluppò il fenomeno delle torbiere dando luogo alla formazione di piccole lenti. La loro caratteristica è quella di essere piccole, poco estese e di qualità inferiore ”. Nel 1890, mentre si eseguiva un pozzo per cercare acqua potabile, ci si accorse che assieme all’argilla venivano fuori dei piccoli tronchi di legno fossilizzati. Il pozzo ovviamente fu abbandonato, anche perché l’acqua non era stata trovata, ma l’episodio portò ad approfondire gli studi sulla zona. Così fra il il 1915 e il 1920 Domizio Torrigiani aprì una miniera a Ricasoli. Nei medesimi anni ci si accorse che esistevano nel territorio di Montevarchi delle aree ben precise nelle quali erano stati identificati giacimenti di lignite; racchiusi nelle zone di Valle del Pestello (Borro rosso e Bruscolaio), Valle del Giglio e Valle del Quercio essi si trovavano nei pressi del borro di Rendola, del Podere del Pestello e del borro del Pestello, del borro Rosso, del Borro del Quercio e infine anche a Ricasoli.

Nel mese di aprile del 1919 mentre l’ingegner Celso Capacci era intento a redigere un dettagliato “ rapporto sui terreni lignitiferi di Montevarchi ”, il giorno 5 dello stesso mese venne concesso al prof. Ugo Mondello “ il diritto di scavare e far propria la lignite ” nella zona del Bruscolaio. Una zona ampia che dal Pestello andava fino a casa di Renzino, sotto San Tommè pareva essere un luogo adatto a probabili coltivazioni lignitifere… Bastò poco perché si autorizzasse anche la concessione del “Quercio”. Essa si estendeva fra il borro dei Frati, a San Giovanni, fino al Pestello. La lignite era di buona qualità e facilmente essiccabile all’aria. In località Pagno si aprì anche una discenderia per capire meglio la conformazione del banco, una discenderia piccola “ di m. 6 in muratura ed altrettanti con armatura in legno ad una galleria di 12 m ”. Si fecero anche dei piani per sfruttare questa miniera che sarebbe stata in grado di fornire dalle 40 alle 50
tonnellate giornaliere di combustibile. Bastava costruire un impianto decauville lungo 2 km che potesse collegare la miniera alla strada provinciale e iniziare a scavare. Le industrie di Montevarchi avrebbero avuto la possibilità di consumare fra le 70 e le 80 tonnellate di combustibile al giorno…Ma la voglia di lignite a Montevarchi si fermò presto. Rimase la miniera di Ricasoli che continuò la sua attività fino al 1953, come ricorda Callotti nel suo articolo “La minierina”.

(P. Bertoncini)