La “cava” di Montetermini

Ho sentito la prima volta la parola Montetermini quando agli inizi degli anni 2000 le strade del paese di Santa Barbara si sono riempite di nomi e strani appellativi: Carpinete, A. Sassi, G. Ciarpaglini, M. Girolami, San Paolo, Contebicchieri, e Montetermini. Fino ad allora erano vie non meglio identificate! Di alcuni di questi nomi, Sassi, Girolami, Ciarpaglini, era facile intuire che appartenessero a personaggi di rilievo per l’area mineraria, dove da poco si erano concluse le operazioni di coltivazione della lignite. Per altri invece era difficile capire a cosa si riferissero perché riportavano l’appellativo di agglomerati di case scomparsi sotto i cingoli delle “Bette” ormai da anni. La curiosità di bambina mi portò a fare qualche ricerca superficiale nei libri che avevamo in casa e scoprii così che Montetermini e le Carpinete erano delle vecchie miniere. Soddisfatta la primordiale curiosità per anni non ho più fatto ricerche, fin quando per lavoro ho iniziato ad occuparmi della storia delle miniera di Cavriglia e il nome Montetermini mi è tornato alla mente…

La cava di Montetermini era localizzata nei primi rilievi sotto l’abitato del Ronco, in direzione Basi. Il deposito di lignite in questa area era molto buono e la sua potenza poteva arrivare fino a 25-28 metri. Era ricoperto da un leggero strato di argilla facilmente rimovibile anche con la forza delle sole braccia dei minatori. Il primo scoperchiamento del banco lignitifero di quest’area risale alla fine dell’Ottocento. L’attivazione del giacimento fu dovuta ad una serie di incidenti ravvicinati avvenuti nelle vicine gallerie della miniera di Castelnuovo. Tra l’agosto del 1879 e il maggio 1880 la miniera subì diversi danni: fu prima invasa parzialmente dall’inondazione del borro che le scorreva accanto; poi all’interno delle sue camere di coltivazione si sviluppò un incendio domato solo con la deviazione dello stesso borro all’interno della cava. Soprattutto quest’ultimo evento decretò la sospensione dell’estrazione del combustibile fossile a Castelnuovo.

L’arresto forzato della coltivazione mise in crisi la nuova Società Anonima delle Ferriere Italiane di San Giovanni Valdarno che sfruttava proprio il combustibile fossile per i suoi altiforni. La Ferriera aveva bisogno di 80 tonnellate giornaliere di materiale, divise tra pezzi grossi e trito per mettere in funzione i forni. Dopo gli eventi catastrofici della miniera di Castelnuovo il direttore dell’area mineraria, l’ingegnere Leopoldo Gigli, si trovò in difficoltà a soddisfare il fabbisogno delle fabbriche sangiovannesi, all’epoca principali consumatrici di lignite. Leggendo le lettere inviate alla Ferriera si capisce molto bene il suo disagio… e penare che qualche anno addietro era stato proprio lui a propendere per uno sfruttamento sotterraneo dei giacimenti dopo aver visitato le miniere del Belgio e della Germania.

L’ingegnere era però di natura una persona prudente e per sicurezza aveva conservato efficienti anche alcune aree di coltivazione a cielo aperto. Grazie a questi banchi scoperti e alle scorte esistenti, per qualche mese ebbe modo di ripensare al sistema di estrazione e fornire in egual modo a San Giovanni la materia prima richiesta. Gigli aveva calcolato che utilizzando questo sistema le scorte e la nuova lignite scavata sarebbero bastate solo per sette mesi. Prima che le scorte si esaurissero gli si prospettavano due soluzioni: rimettere in funzione le gallerie di Castelnuovo e quindi svuotarle dall’acqua che aveva domato l’incendio, sistemare le armature e sperare che i meccanismi di combustione non si riattivassero, oppure scoperchiare un nuovo banco lignitifero in località Montetermini, l’unico ritenuto in grado di sopperire alle richieste della industria del ferro.

Le indagini che erano state fatte sulla zona avevano permesso di capire che si poteva scavare circa 50,000 tonnellate l’anno, bastevoli per le richieste della Ferriera. Inoltre Montetermini si trova nelle vicinanze della miniera di Castelnuovo e poteva usufruire dei suoi piazzali per stoccare la lignite e della ferrovia per spostare il combustibile a S. Giovanni. Dal 1° di maggio 1880 la Ferriera era passata sotto il controllo della Banca Generale di cui Vilfredo Pareto era il rappresentante per il settore siderurgico. Fu così che Gigli si affrettò ad informarlo dei fatti accaduti e dei provvedimenti che reputava necessari adottare. Pareto approvava la soluzione di Gigli e ed era favorevole ad aprire una nuova cava sostenendo questa idea di fronte agli altri dirigenti della Banca, piuttosto titubanti. Agli inizi del mese di agosto si avviarono le attività di scoperchiamento del banco di lignite: nacque così la cava a cielo aperto di Montetermini.

La miniera tornò alla ribalta della cronaca nei primi decenni del Novecento. Durante la Prima Guerra Mondiale e nonostante la grande distanza dal fronte, anche le cave di Montetermini iniziarono a risentire dei problemi legati alla guerra. Durante il conflitto mondiale la miniera fu fonte di combustibile per le industrie belliche: nel bacino minerario le attività estrattive vennero incrementate aumentando anche il fabbisogno di manodopera. Per sopperire alla mancanza degli uomini, molti dei quali chiamati al fronte e per continuare la coltivazione arrivarono prigionieri austro-ungarici, i detenuti militari e civili, i profughi delle regioni del Nord Italia e anziani soldati italiani… in tutto 4000 lavoratori circa. Sono le vecchie fotografie che ci raccontano di questa storia. I prigionieri di guerra vennero impiegati in tre aree nelle quali l’escavazione avveniva a cielo aperto: Rosseto, Pianacci e Montetermini. Quest’ultima utilizzava almeno una cinquantina di prigionieri, disposti su sei livelli di scavo costituiti da gradoni. In mano una zappa dal lungo manico per scavare e nient’altro. Nelle vicinanze c’erano i vagoncini decauville ribaltabili da riempire col fossile. Un uomo, con indosso ancora la casacca della divisa, controllava i prigionieri. Non c’erano animali o mezzi meccanici che potessero aiutare i soldati nel lavoro. Nei livelli più bassi tre file di binari con alcuni vagoncini pieni di lignite pronti per essere svuotati ai piazzali di stoccaggio. Della cava di Montetermini, come di altre zone della miniera, ci sono altre immagini che ci aiutano a capire. Una di queste ritrae proprio il piano inclinato della cava che risaliva la collina. Sul pendio c’erano poggiate due file parallele di binari con alcuni vagoni rettangolari pieni di lignite. Non è facile capire dall’immagine se i vagoncini fossero portati in alto dalla forza motrice di un argano oppure da un cavallo. Sulla sinistra tre soldati controllavano lo svolgimento delle azioni e gli uomini al lavoro.

Montetermini venne abbandonata poco dopo la fine della guerra a causa dei numerosi incendi che si svilupparono. Le attività di estrazione portate a termine durante la Prima Guerra Mondiale asportarono solo la parte marginale del banco non raggiungendo mai la parte sud del giacimento, che invece agli inizi del 1943 fu luogo di sondaggi condotti dalla Società Mineraria. Questi rilievi confermarono la notevole consistenza del banco e fecero ricominciare le attività estrattive a Montetermini che furono presto interrotte dal passaggio del fronte. L’estrazione riprese nel 1947 impiegando questa volta non solo le braccia dei minatori ma anche due escavatori a vapore che la Mineraria possedeva. Fu in questo periodo che venne deviato il corso inferiore del Borro Percussente che attraversava il territorio della cava nella parte sud. Ben presto però le attività cessarono nuovamente a causa di agitazioni politiche nel territorio. Le gestioni che si successero nell’esercizio del complesso minerario non si preoccuparono né della prosecuzione dei lavori né della manutenzioni delle opere già compiute. Durante il periodo di forzata sosta del lavoro i tecnici della Mineraria studiarono l’applicazione di più moderni ritrovati della tecnica estrattiva da utilizzare anche a Montetermini: escavatori azionati elettricamente montati su cingoli; uso di convogliatori a nastro per il trasporto del terreno scavato alle discariche minerarie al posto dei vagoni o della teleferica. Si tornava a parlare di cave a cielo aperto e le azioni di scavo con i nuovi mezzi meccanici iniziarono alla metà degli anni ‘50… Nei decenni seguenti si assisterà ad una completa estrazione del giacimento lignitifero, decretando la fine della cava di Montetermini.

(G. Peri)